Edizione 2012:

Lettera di Alfredo

Ricordare è un po' rendere trasparenti le opacità...

«È particolarmente significativo ritrovarci assieme qui a celebrare una idea, ¬†un progetto educativo: si tratta di un evento meritorio e di alto valore civile e culturale, di cui sicuramente non possiamo non sottolineare il valore: tutta la manifestazione di oggi, nel dispiegarsi del programma successivo, intende declinare proprio questi nobili principi.

Già tutto questo si configura come un gesto di per sé di senso compiuto e quindi ampiamente giustificato: ma noi siamo qui anche per ricordare la persona di Cesare Cancellieri, uno con cui molti di noi hanno condiviso sentimenti, idee, gesti, un grande patrimonio che vogliamo conservare o perlomeno che non vogliamo assolutamente disperdere.

Sì perché anche i ricordi sono costretti a fare i conti col tempo e con la sua arma più letale che è rappresentata dall'oblio: eppure sono proprio i ricordi che continuano a condurre una ostinata guerriglia nei confronti del "potere-tempo", per aprire dei varchi e delle smagliature attraverso le quali riesce a galleggiare la nostra coscienza.

Sono magari episodi, forse allora quando sono accaduti non erano neanche di particolare importanza, ma che ogni tanto riemergono intatti o perfino più splendenti e lucidi di quanto non ci fossero apparsi allora.

E allora scopriamo che il ricordo, in questa circostanza di Cesare, è solo la punta di un iceberg che riemerge sospinto dalla nostra volontà e che può ancora contare come messaggio non solo per il nostro privato.

Non siamo a celebrare un eroe, né un martire, bensì la disarmante normalità di un amico, e insieme un orizzonte che abbiamo condiviso, una "normalità" per molti versi ma con un suo non trascurabile spessore, un insieme di valori e relazioni in grado di fare da termine di paragone con la storia e l'attualità del nostro vissuto. Ci piace allora pensare che Cesare si sia distinto non solo nelle azioni che ha compiuto e che abbiamo apprezzato, ma addirittura che, prima di andarsene, sia stato proprio lui ad aver architettato un piano segreto che invariabilmente ci porta qui tutti ogni due anni a lavorare e a riflettere.

A noi che l'abbiamo conosciuto basta allora rievocare un tratto del suo viso bonario, una battuta misuratamente ironica e noi ci rimettiamo al lavoro, un fare che ai nostri tempi era "contagioso" e che siamo convinti possa a continuare ad esserlo per tutti coloro che considerano l'avventura didattica del docente uno "scendere dalla cattedra" e lavorare insieme ai ragazzi su progetti condivisi ed intelligenti.»

Alfredo Calendi





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